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Mike Zaffa

Nasco a marzo, nell’88. Lo stesso giorno di Van Gogh, lo stesso giorno di Goya, di Paul Wall. Nasco, e col senno di poi posso chiedermi in che modo, esattamente, funziona il gioco dei destini umani. O forse non esiste nessun gioco, nessun destino, siamo qui semplicemente, per restarci un tot. Fatto sta che spesso mi chiedo perchè qui, proprio qui. Nascere al sud di un paese antico che è riuscito a restare fermo sulla sua mentalità da dopoguerra.

“Rimarremo contadini anche con la ventiquattr’ore sul trattore.”

Perchè qui? Non sono un predestinato della musica. Mio padre non mi ha trasmesso alcuna passione, nè sono approdato alla musica tramite i suoi dischi. Ho avuto un’infanzia piuttosto tragica, ma dubito dell’interesse della cosa in questo contesto. Non mi sono interessato subito alla musica, io volevo fare il pilota di formula uno, e ci fu un periodo in cui di domenica riuscivo a farmi portare al kartodromo. Correvo, ed ero felice.

“I love you baby but not like I love my guitar, no.”

A undici anni decisi che dovevo imparare a suonare la chitarra. Presi lezioni private di chitarra classica per quattro anni. Non chitarra da spiaggia, la canzone del sole e qualche accordo. No. Chitarra classica. Musica classica. E’ diverso. Poi decisi che dovevo imparare anche la chitarra elettrica, e lì cominciò davvero tutto: Oasis, Led zeppelin, Metallica, Meshugga, Megadeath, Linkin Park, S.O.A.D. Cambiavo velocemente genere. Non me ne bastava mai uno. Ero costantemente ispirato.Ad un certo punto cominciai a mixare le mie influenze, scrivevo molto. Erano i miei primi minestroni. Ho avuto molti gruppi, dal punk al goth-metal, tutti più o meno finiti male, spesso per colpa mia. Forse perchè avevo la profonda convinzione di essere un vero poeta maledetto. E chissà che non ce l’abbia ancora quella convinzione. Insomma, la letteratura mi aveva dato alla testa. Leggevo molto (così è tuttora), pensavo molto, riflettevo, ricercavo. Ero assetato di sapere. La mia letteratura preferita resta in ogni caso quella tra 800 e 900. Baudelaire e John Fante su tutti. A scuola studiavo il minimo, ricevendo il massimo dei voti, a casa studiavo le culture straniere, scrivevo poesie, piccoli racconti.

“Se oggi non credi in niente,ti abitui a farlo sempre ti fai influenzare dalle opinioni della gente.”



Io mi facevo influenzare, e fu un colpo difficile quando abbandonai tutte le amicizie rock/punk/metal di cui mi ero circondato. Mi sentivo perso, e non riuscivo a dare un senso neanche alla mia chitarra, che abbandonai. Cominciai ad ascoltare casualmente hip hop. Nella mia città era il pieno boom dei party black, quando il genere era roba da elite e si facevano grandi numeri nei locali. Mi interessai alla cultura. Comprai giradischi, mixer, cdj’s, vinili. Feci le mie selezioni, imparai a mixare, a scratchare, a capire ciò che c’era dietro quella musica, nella storia. Registrai una mia prima selezione musicale, la feci sentire all’organizzatore dell’H-demia, uno staff di serate black. Il cd piacque, cominciai a partecipare alle riunioni dello staff, e ancora ricordo la serata in cui esordii come dj: diedero la pista piena a un pischello, suonai per due ore fino alla chiusura. Adrenalina pura. Andò avanti così per un paio d’anni, e nel frattempo cominciai a interessarmi alla produzione. Lavorai, cominciai a comprare delle macchine, in breve ebbi il mio studio. Seguì un periodo piuttosto lungo in cui mi dilettai a rappare, a scrivere, a produrre, avvantaggiato dalle conoscenze musicali apprese con la chitarra. Masterizzai in casa mia poco più di un centinaio di copie di “Scotta”, un mixtape di selezione r’n'b, crunk, hip hop, in cui inserii l’omonimo “Scotta”, un pezzo che era frutto dei miei smanettamenti nel mio studio. Andavo alle serate, andavo in giro, distribuivo a chiunque, come fosse un volantino, il cd, con la copertina in bianco e nero, tutto casalingo, come si usava agli albori. Ma era solo l’inizio. Avevo ancora sete. Continuai a lavorare da solo, come ho sempre preferito, affinai la tecnica per le rime, per i beat, e decisi di cominciare un mio vero progetto: S.O.F.F.O.C.O.

Col disco pronto e stampato prendo la grande decisione: lasciare la mia città, la mia vita, ogni comodità, una vita normale, per trasferirmi a Milano e fare di un sogno la mia quotidianeità.
Ed eccomi qui.