Devo ancora riuscire a capire perché noi Italiani riusciamo sempre (o quasi) a distinguerci in maniera negativa rispetto agli altri. Non si tratta di esterofilia, e voglio chiarire subito di cosa sto parlando. Io ricordo che, nel periodo della mia adolescenza (stiamo quindi parlando della fine degli anni ‘70 / inizio ’80), quando la presenza di gruppi stranieri sembrava essere stata bandita su tutto il territorio nazionale, spopolò il fenomeno cantautorale, che per il sottoscritto divenne un vero incubo. A distanza di anni mi capita ancora di ironizzare su quei personaggi, che un mio arguto conoscente ha chiamato “compagni … di merende”, canticchiando un motivo del tipo “Evo un opevaio che andava a lavovave alla Fiat” con l’accompagnamento di due accordi in croce “zappati” su una chitarra scordata, ma al di là delle facili ironie su simili individui che si sono fatti una fortuna approfittando del vuoto lasciato dai musicisti stranieri per un lungo periodo, ancora una volta il passare del tempo (grande consigliere) mi ha dato modo di fare delle riflessioni. Quella che pensavo essere una figura tipicamente Italiana (il cantautore) è invece sempre esistita ed è ancora esistente anche all’estero (il songwriter). Qualcuno in questo momento potrà pensare “Beh, se tu sei ignorante che colpa ne abbiamo noi”, e non avrebbe nemmeno tutti i torti, ma ammetterete che in quel periodo un ragazzino che non avesse un fratello maggiore o un amico più grandicello preparato in materia, sotto il bombardamento radiofonico che propinava solo Dalla, De Gregori, De Andrè e compagnia bella ben difficilmente poteva formarsi musicalmente. Solo con il passare degli anni i nomi di Bob Dylan, Cat Stevens, Tim Buckley, Nick Drake, Roy Harper hanno acquistato un significato, e soprattutto mi hanno fatto capire la natura dell’anomalia Italica : un sostanziale vuoto compositivo e strumentale, mascherato da un impegno di facciata che permetteva a chiunque di cantare storielle di vario tipo strimpellando pochi accordi su una chitarra. Nel periodo a cui facevo riferimento in precedenza, mentre all’estero i nuovi linguaggi del punk e della new wave andavano soppiantando le complicate sintassi dei movimenti preesistenti, in Italia il cantautorato diventava espressione istituzionalizzata di autarchia musicale, con risultati cosi disastrosi da far quasi gridare al miracolo quando si affacciò sulle scene il “vero rock” di Vasco Rossi. E’ improprio mettere in piedi simili paragoni? Non so, certamente la figura del songwriter all’estero ha maggior spessore, capacità e dignità di quanto abbia nel Bel Paese, e per un Alex Britti che si “rigira nella vasca” c’è un Ben Christopher che tesse raffinate trame sonore. E’ solo uno dei tanti esempi che si possono fare, ma dopo questo lungo preambolo entriamo nel merito. Alex James Muscat, musicista proveniente da San Francisco, ex membro di Ten To Six e Shrug con diversi demos all'attivo, rientra a pieno titolo nella categoria delle “one-man rock’n’roll band” : Blueprint è stato scritto, arrangiato, suonato, registrato e prodotto interamente dal titolare del lavoro, che nell’arco delle quattordici tracce di questo disco si diverte a spaziare tra gli stili più svariati, dall’hard rock dell’iniziale Motordrive e della successiva Easy (dove non è difficile cogliere echi dei Kiss d’epoca) alla ballad elettroacustica di Falldown e The Game (quest’ultima con delle somiglianze con il Francis Dunnery più “americano”), mentre altrove siamo vicini alle formule sempliciotte di bands come Green Day (è il caso di Old School e Address Book). Ma Muscat è capace anche di confezionare gustosi e pregevoli arrangiamenti, come gli archi presenti nella gradevole ballad Innocence o il bel giro di basso in Down The Road, pezzo che riporta alla memoria il Lou Reed di Rock’n’Roll Animal. Massicce dosi di hard zeppeliniano e delle sue filiazioni statunitensi sono rintracciabili in Earache #9 e Under Ground, reinterpretate con un approccio grunge che pervade l’intero lavoro, incentrato sulla voce ruvida e sulle efficaci schitarrate di Alex James Muscat, al quale bisogna riconoscere il merito di aver assemblato un lavoro all’insegna di una efficace semplicità, diretto e “urbano”, a cominciare dalla foto di copertina. Sempre meglio che “libevave le classi oppvesse” dalla propria villa sul lago …
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